Le aree industriali possono offrire alcuni vantaggi in termini di trattamento dei reflui. Sono sempre più numerosi gli stabilimenti che decidono di trattare, recuperare e riutilizzare l’acqua. E quando più imprese sono concentrate nella stessa area produttiva, una parte della gestione idrica può essere pensata su una scala diversa: quella del distretto. Reti dedicate, impianti comuni, accumuli e scambi tra aziende permettono di utilizzare la risorsa dove e quando serve, con la qualità necessaria al singolo processo.
Per molto tempo la gestione dell’acqua nelle industrie è rimasta confinata nel singolo stabilimento. Un’impresa preleva l’acqua di cui ha bisogno, la utilizza nel processo, tratta i propri reflui e li scarica secondo quanto previsto dalle autorizzazioni. Nei distretti produttivi, però, la concentrazione di aziende permette di immaginare scenari diversi. Un refluo adeguatamente trattato può diventare una fonte per altri usi industriali; un impianto di affinamento può servire più stabilimenti; una rete separata dall’acquedotto potabile può distribuire acqua con caratteristiche compatibili con lavaggi, raffreddamento o determinate lavorazioni. È il passaggio dalla gestione idrica della fabbrica a quella del quartiere produttivo.
Il tema è entrato anche nell’agenda europea. La Water Resilience Strategy, presentata dalla Commissione europea nel giugno 2025, indica per l’UE l’obiettivo di migliorare l’efficienza nell’uso dell’acqua di almeno il 10% entro il 2030. Nel giugno 2026 la stessa Commissione ha riunito industria, utility, ricerca e altri stakeholder attorno al rapporto tra acqua ed economia circolare, con particolare attenzione agli approcci circolari nella gestione della risorsa e al loro contributo alla resilienza e alla competitività.
Condividere l’acqua non significa semplicemente collegare lo scarico di un’azienda all’ingresso di quella vicina. Occorre prima conoscere i flussi disponibili: quantità, variazioni nel tempo, composizione e trattamenti necessari. E vanno definite nel dettaglio le caratteristiche richieste dai singoli utilizzatori. Un’acqua adatta al lavaggio di piazzali o a determinati circuiti di raffreddamento può non esserlo per un processo produttivo più sensibile alla presenza di sali, solidi disciolti o composti organici. È questa differenza tra qualità disponibile e qualità richiesta che aiuta a definire i dettagli del progetto.
In alcuni casi conviene affinare centralmente una parte delle acque depurate e distribuirle attraverso una rete industriale. In altri funzionano meglio scambi più circoscritti fra stabilimenti vicini. Le vasche di accumulo possono compensare la distanza temporale tra il momento in cui un flusso viene prodotto e quello in cui serve.
L’elemento forse più interessante è che la scala territoriale rende praticabili infrastrutture, dall’affinamento alla distribuzione, che per una singola impresa potrebbero avere volumi o costi difficili da sostenere.
Un esempio italiano concreto arriva dal distretto di Prato, dove la presenza di attività tessili ad alto impiego di acqua ha portato allo sviluppo di un sistema collettivo di depurazione e riuso. GIDA gestisce a Baciacavallo un impianto per l’affinamento delle acque reflue già trattate. Secondo i dati pubblicati dall’azienda, l’impianto ha una capacità produttiva di 6 milioni di metri cubi all’anno e produce normalmente circa 3-3,5 milioni di metri cubi di acqua affinata. L’acqua recuperata viene distribuita attraverso una rete industriale che si estende per circa 70 chilometri nel distretto pratese e raggiunge i macrolotti industriali di Prato e la zona industriale di Montemurlo.
Il caso mostra in modo molto concreto cosa significa organizzare il riuso su scala territoriale. Le singole imprese non devono riprodurre al proprio interno l’intera catena necessaria a recuperare una fonte alternativa: una parte della depurazione, dell’affinamento e della distribuzione viene gestita attraverso infrastrutture comuni.
Nel distretto tessile l’acqua recuperata raggiunge, fra gli altri, alcuni stabilimenti specializzati nella tintura dei tessuti. La rete industriale corre separatamente da quella destinata all’acqua potabile, che può così essere riservata agli usi per i quali è effettivamente necessaria.
Un modello diverso si trova a Kalundborg, in Danimarca. Qui la collaborazione sviluppata a partire dagli anni Settanta ha costruito una rete tra imprese industriali, utility e amministrazione locale, attraverso scambi di acqua, energia e materiali. Il principio è quello della simbiosi industriale: la risorsa residua di un processo viene valutata come possibile input per un altro.
Nel sistema di Kalundborg l’acqua segue percorsi differenti in funzione dell’utilizzo. Ogni anno vengono impiegati circa 3,5-4 milioni di metri cubi di acqua superficiale proveniente dal lago Tissø in alternativa all’acqua di falda. Una parte viene trattata fino a raggiungere la qualità richiesta dai processi industriali.
Condensati e reflui non ancora trattati, invece, vengono recuperati in altre lavorazioni. L’acqua di raffreddamento proveniente dalla Kalundborg Refinery, per esempio, viene inviata alla centrale di Asnæs e impiegata nella produzione di vapore. Secondo Kalundborg Symbiosis, il sistema consente di risparmiare circa 4 milioni di metri cubi di acqua di falda all’anno.
Kalundborg non è un modello facile da replicare. La storia industriale, le aziende coinvolte e le infrastrutture sono specifiche del territorio. Mostra però cosa si può fare quando i bilanci idrici delle singole imprese vengono letti insieme.
Prima di posare le tubazioni serve conoscere nel dettaglio i flussi. Per capire se un’area industriale può condividere parte delle proprie risorse idriche occorre ricostruire dove l’acqua viene prelevata, con quali caratteristiche entra nei processi, come ne esce e con quale andamento nel corso della giornata o dell’anno.
Un’azienda può avere un flusso relativamente costante mentre quella confinante lavora per campagne di produzione diverse tra loro. Alcune attività generano scarichi abbastanza uniformi, altre producono picchi concentrati durante lavaggi, cambi di produzione o manutenzioni. Anche la domanda segue ritmi differenti.
Solo mettendo insieme questi dati è possibile capire se disponibilità e fabbisogni coincidono davvero e quale capacità di accumulo sarebbe necessaria. Portate e parametri di qualità devono quindi essere misurati lungo la rete, soprattutto quando i processi industriali dipendono dall’affidabilità della fornitura.
Scalare sul distretto il trattamento delle acque modifica anche la dimensione degli impianti. Dove esiste una domanda sufficientemente stabile, un trattamento centralizzato può servire più utilizzatori e produrre acqua con caratteristiche definite. Altrove può essere preferibile una configurazione intermedia, con pretrattamenti presso le singole aziende e una successiva fase comune di affinamento.
Conta molto anche la distanza. Trasportare acqua richiede reti, pompaggio ed energia: un recupero tecnicamente possibile può perdere convenienza se produttore e utilizzatore sono troppo lontani o se le quantità disponibili sono limitate. Per questo processi produttivi, trattamento e infrastrutture vanno valutati insieme, sulla base delle condizioni reali dell’area.
Quando la gestione supera il perimetro aziendale emerge una questione organizzativa. Chi garantisce la qualità dell’acqua distribuita? Chi gestisce gli accumuli? Cosa accade se uno stabilimento interrompe la produzione oppure modifica una lavorazione e cambia le caratteristiche del proprio scarico?
Una rete condivisa richiede responsabilità definite, regole sulla qualità dei flussi, sistemi di controllo e procedure per gestire eventuali anomalie. È uno degli aspetti considerati dall’International Framework for Eco-Industrial Parks sviluppato da UNIDO, World Bank Group e GIZ, che include tra i suoi criteri la gestione dell’area, l’efficienza nell’uso delle risorse e lo sviluppo di sinergie tra imprese.
Nella prima fase del Global Eco-Industrial Parks Programme di UNIDO, realizzata in sette Paesi tra il 2018 e il 2023, gli interventi hanno consentito complessivamente di risparmiare oltre 2 milioni di metri cubi d’acqua.
Pensare l’acqua su una scala industriale significa prima di tutto ampliare le fonti disponibili. Acqua di acquedotto, falda, acque superficiali e reflui affinati hanno caratteristiche e funzioni differenti. Il punto è destinare a ogni processo una risorsa compatibile con ciò che quel processo richiede, evitando di utilizzare acqua di qualità superiore quando non è necessario.
In un territorio esposto a siccità o competizione tra usi diversi, questa diversificazione riduce la dipendenza da una sola fonte. Può inoltre rendere economicamente sostenibili infrastrutture di recupero difficili da giustificare per una singola impresa.
Il salto di scala cambia così il modo in cui viene interpretato il refluo industriale: da flusso da trattare prima dello scarico a possibile risorsa da inserire nel bilancio idrico dell’intera area produttiva. La soluzione non sarà sempre uno scambio diretto tra fabbriche. In alcuni casi funzionerà un acquedotto industriale, in altri un impianto comune o una rete capace di distribuire acqua affinata a più utilizzatori.
La domanda da cui partire, però, resta la stessa: dove può essere utilizzata l’acqua già disponibile prima di ricorrere a un nuovo prelievo?
Significa gestire una parte delle risorse idriche su una scala superiore al singolo stabilimento. Il sistema può comprendere impianti comuni di trattamento e affinamento, reti industriali dedicate, accumuli o il trasferimento di determinati flussi da un’impresa a un’altra.
Non sempre. La possibilità di riuso dipende dalle caratteristiche dell’acqua disponibile e dai requisiti del processo che dovrà utilizzarla. In molti casi sono necessari ulteriori trattamenti di affinamento, insieme a sistemi di monitoraggio e accumulo.
Servono dati sulle portate e sulla loro variabilità, sulla qualità dei diversi flussi, sulla domanda delle aziende interessate e sulle distanze tra produzione e utilizzo dell’acqua. Da queste informazioni dipendono il dimensionamento degli impianti, degli accumuli e della rete di distribuzione.
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